Il forte come al giorno d’oggi. In primo piano la zona che era adibita a laboratorio per il confezionamento dei proietti.

Il forte come al giorno d’oggi. In primo piano la zona che era adibita a laboratorio per il confezionamento dei proietti.

Qui la storia era ancora in movimento.
Raggiunsi il mio compare e iniziò la sua spiegazione.

«Ecco vedi, davanti a te, il piazzale d’armi con il blocco casematte. Il forte venne costruito fra il 1906 ed il 1912 e concepito per essere probabilmente la fortezza più potente di tutto il fronte italiano, di certo dello sbarramento Brenta-Cismon. La struttura viene pensata in diverse sezioni seppur esse siano tutte interconnesse fra di loro, permettendo alla fanteria di spostarsi stando sempre al coperto dal tiro nemico», disse. Poi, si spostò più verso la facciata e continuò: «Vi si trova una postazione pensata per il combattimento verso obiettivi lontani che è la batteria corazzata che dopo andremo a vedere, la quale, si trova sulla sommità del complesso a quota 1520. Tutta la struttura era circondata da una trincea in calcestruzzo simile ad un fossato per il combattimento ravvicinato. Poi quello che abbiamo davanti, il blocco caserma interrata e il laboratorio per la preparazione delle munizioni di artiglieria e delle cariche di innesco. Poi possiamo ancora oggi osservare – raccontava con una passione mai vista – il vallo perimetrale che in buona parte della sua lunghezza era abbastanza profondo raggiungendo anche i sei metri!».
S’interruppe, per accompagnarmi sulla copertura e mi invitò a seguirlo. Girammo sul lato sinistro, salendo accanto al forte e con un piccolo balzo, una volta in cima, saltammo la trincea in calcestruzzo larga appena un metro forse per trovarci sulla sommità che appariva come un prato. Giampietro si raccomandò di guardare bene dove mettevo i piedi per la presenza di diverse aperture sul terreno.

Da lassù mi fece notare indicandomeli con la fierezza tipica dei trentini, il gruppo di Rava e di Cima d’Asta che facevano da cornice a quel panorama a dir poco favoloso, era orgogliosissimo dei suoi monti. Osservai per qualche interminabile istante quelle altissime pareti di roccia che rasentavano i tremila metri di altezza, alte, grigie e possenti seppur lontane.
«Vieni che ti mostro quel che resta delle batterie!», reclamò la mia guida turistica.
Proseguimmo sul prato e raggiungemmo una specie di lungo piazzale rettangolare in calcestruzzo intervallato da sei enormi voragini che ben conoscevo essendoci già passato alcune volte sulla copertura in passato. Si trattava proprio del blocco batterie.
«Ecco, vedi? Ognuna di queste buche ospitava una cupola corazzata. Ma andiamo per gradi. Anzitutto il blocco è composto da un’immane gettata di calcestruzzo larga circa una quindicina di metri e lunga approssimativamente ottantacinque metri per uno spessore di due e mezzo, il tutto coperto da un tappeto d’erba a scopo mimetico. Questo “zoccolo” ospitava sei postazioni a montatura Armstrong per cannoni da 149A sotto copertura pesante in cupola corazzata d’acciaio dello spessore di venticinque centimetri. Il gruppo delle batterie era affiancato da una cupola-osservatorio blindata in acciaio girevole di tipo Gruson».
«Eccezionale Giampietro! Questo posto era una fortezza imprendibile!»
«Certo! Ma lasciami finire di illustrarti tutta la struttura esterna, abbiamo appena iniziato».
«Sì, giusto, scusami, prosegui pure, ti ascolto!», dissi sorridendo e stringendomi nelle spalle.
«Allora… la fortezza aveva il fronte rivolto quasi tutto verso Nord e in parte verso Nord-Ovest», disse indicando con il braccio l’orizzonte. E aggiunse: «Subito qui sotto i nostri piedi, se scendessimo, osserveremo diverse stanze, le quali avevano la funzione di centrali di tiro. Tutte collegate da un grande corridoio che corre sotto il blocco batterie da un lato all’altro e nel quale sbocca il montacarichi che al tempo, consentiva l’approvvigionamento di munizioni dal cuore della struttura. Dieci metri più sotto ancora, un corridoio portava al blocco delle casematte ove avevano gli alloggi i soldati. Se vieni con me – e si mosse verso un punto preciso – poco più in qua potrai vedere le postazioni per il combattimento ravvicinato che come potrai comprendere si trattava di una trincea in calcestruzzo con accesi all’interno della fortezza. Questo permetteva ai soldati armati di potersi spostare da una parte all’altra delle postazioni di combattimento ravvicinato in completa sicurezza e copertura anche sotto il fuoco nemico», lo disse con un tono di orgoglio, come se lo avesse progettato e costruito lui.
Guardai la trincea, era un immane blocco di cemento con linee sinuose che nonostante la sua ottuagenaria età era ancora in perfette condizioni, se non fosse per qualche sbeccatura in qua ed in là. Cercavo di visualizzare, di vedere come doveva essere tutta la zona in quell’inverno di 80 anni prima. Molti dei boschi erano stati tagliati per poter avere una maggior visibilità probabilmente e per impedire al nemico di avvicinarsi alle strutture del forte sfruttando delle coperture naturali.

Estratto del 6° capitolo