Questo racconto, affonda le sue radici alla fine degli anni ’80.

In quei tempi mi recavo con i nonni in Tesino a trascorrere alcuni mesi di villeggiatura ed ebbi modo di conoscere il forte di Cima Campo.
Da quegli anni iniziai a studiare la storia locale, quella della Prima Guerra Mondiale e mi appassionai di montagna.
Un paio di anni fa poi, Parlando con alcuni amici, seduti alla Malga di Cima Campo mentre gli raccontavo i fatti di guerra vissuti dal forte, mi dettero l’idea: <<Simone… perchè non ci scrivi una storia?>>

La cosa li per li andò giù per le scale di cantina, ma il seme era piantato!
Mesi dopo iniziai a pensare come e cosa narrare, se fare un saggio (ma ce n’erano già diversi) o una narrazione.
Scelsi la strada del racconto.

Così, dopo quella visita al forte iniziai a raccontare, mettendo su carta, la mia storia, parzialmente autobiografica e romanzandoci sopra arrivai a raccontare del battaglione Monte Pavione e dei suoi uomini che nei primi giorni di quel novembre 1917 videro la guerra e fermarono l’avanzata austriaca per alcuni giorni.

La storia è accompagnata da alcuni disegni realizzati da Marco Ardondi di Ferrara.

Dimensioni: 15 x 21 Cm
Pagine: 235
ISBN: (In attesa)
Prezzo: € 17,90

Abstract dal romanzo

Senta signor Sindaco, finora abbiamo parlato di storia, di vicende di guerra, della terribile tragedia che coinvolse la popolazione locale con l'arretrarsi del fronte in quel novembre 1917. Vorrei però sapere da lei se esistono dei miti o delle leggende su quel luogo di morte che è stato il nostro Forte», gli dissi, con un sorriso ammiccante.
Prima mi sembrò di vederlo un po' in difficoltà, poi, dopo che ebbi sfoderato uno dei miei sorrisi di circostanza intuì che ero sereno e non avevo secondi fini, anche se in realtà stavo tentando di capire effettivamente se e cosa sapesse.
Si passò la mano sul mento accarezzando la sua folta ma ben curata barba grigia riflettendo fra sé e sé. Poi mi rispose: «Eh giovanotto, su quel luogo si narrano vicende da tanto tempo... si dice che sia pieno di fantasmi ma sa, sono leggende, i fantasmi son cose per spaventare i bambini, mica esistono!

Rincasato, appoggiai in salotto lo zainetto con le mie cose, misi una giacca a vento per via della temperatura che era calata e andai a passeggiare ancora un po', avevo bisogno di riflettere, quello che era accaduto nel pomeriggio non era una cosa normale.
Non siamo stati aggrediti, rideva e quindi, sempre che si trattasse di un fantasma – e qui mi veniva sempre da sorridere un po' – non doveva essere di natura malvagia altrimenti ci avrebbe fatto male già da tempo, fin alla prima volta in cui io e Paolo eravamo in un vicolo cieco.
Non ne capivo il senso. Perché in una struttura del genere, doveva esserci un fantasma, l'anima di una bambina piccola? Cosa doveva essere capitato di così tremendo da trattenerla la dentro, intrappolata, fuori dal tempo e dallo spazio?
Improvvisamente, tutto mi sembrò così macabro e triste e di certo, il cielo nero e lampeggiante, non aiutava. L'odore della pioggia mi arrivava con prepotenza portato dal vento freddo assieme ad alcune foglie.
Le finestre delle case sbattevano, il paese totalmente deserto, l'ultimo bar si affrettava a chiudere prima della tempesta. Forse era il caso di rientrare nella mia “tana”; sì, forse era il caso di andare a fare una doccia bollente e dormire un po'. Così feci.

Dopo quella volta, dopo quell'incontro con qualsiasi cosa fosse stato, le mie notti non furono mai più le stesse. Tormentate, prive di sonno e con attacchi di panico. Mi svegliavo continuamente e in taluni casi avevo paura del buio, come se qualcosa fosse lì ad osservarmi mentre dormivo.
Non ero assolutamente sereno e decisi che avrei dovuto fare qualcosa; era molto che non fumavo la pipa e quella mattina, anche se erano solo le tre, mi vestii, presi tutto l'occorrente e andai a camminare, fino su alla chiesetta di Sant'Ippolito e Cassiano sull'omonimo colle sovrastante l'abitato di Castello Tesino, noto come San Polo.
L'aria fresca della notte mi costringeva a stare raccolto contro un muro dell'abside e mentre osservavo il paese dormire fra le sue luci arancioni, accesi la mia pipa. Un buon tabacco aromatizzato al whisky che lasciava in bocca un gustoso sapore dolciastro e il calore del fornello della pipa in radica sulla mia mano, avevo tutto quello di cui necessitavo per un momento di relax e riflessione.

Arrivati nel piazzale superiore, una prato spazioso, ci trovammo dinnanzi al forte o a quello che ne rimaneva. I due pilastri di accesso al cortile interno e tutta la struttura devastata da un esplosione, quella che nel novembre del ‘17, poco prima della capitolazione di Cima Campo, fece crollare e divenire inservibile questa struttura per evitare di farla cadere in mano agli imperiali oramai alle porte.
La zona era veramente devastata e la vegetazione, ormai prominente sui resti dell'opera corazzata dava all'ambiente un che di lugubre e funereo inoltre la giornata si era incupita con spesse nubi che minacciavano pioggia.
Ci addentrammo nelle rovine, riuscimmo anche a trovare i resti di un tratto di corridoio sotterraneo, molto pericoloso, lo percorremmo con l'ausilio di una torcia elettrica e spuntammo fuori pochi metri più in là. La zona era “pulita” da certe energie e sensazioni che potevamo sentire chiaramente a Cima Campo, li si percepiva solo desolazione.

Scesi dunque nella galleria sottostante, quello che io chiamavo il “corridoio batterie” e di nuovo quella sensazione di giramento di testa. Serrai gli occhi per un istante, li strizzai e alla loro riapertura quasi feci un salto, la struttura era diroccata, come ai miei tempi. Forse che quella sera in qualche modo e per qualche mistero della fisica, il qui ed ora del 1917 si stesse fondendo o solo incrociando con quello odierno? Era roba per i migliori cultori del genere fantascientifico!
Proseguii verso il punto che mi indicava l'intuito, continuandomi a ripetere mentalmente che era un sogno e che non mi sarebbe accaduto nulla di reale, scesi una delle grandi scalinate interne e arrivai al gruppo casematte poi presi la scala principale, scesi al pianterreno ed uscii nel piazzale antistante, nel frattempo mi annotavo mentalmente tutti i dettagli, cavi elettrici, corrimano, arredamento.
Una volta all'esterno mi ritrovai totalmente immerso in un fitto velo di nebbia. Dinanzi a me un banco in particolare era densissimo, non mi consentiva di vedere verso settentrione e quindi oltre al muro di cinta del cortile.

Sceso dalla vettura, mi trovai davanti al più bel panorama che i miei occhi avessero mai visto. Dietro di me, un’enorme struttura in pietra e cemento. Un muro di cinta con diverse feritoie la precedevano e, poi quel corpo di fabbrica così greve e costellato di finestre senza più gli infissi che, alla mia fantasia di bambino, apparivano come mille occhi pronti a scrutare i miei timidi movimenti e la mia anima.

Patrocini e sponsor concessi al romanzo
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